Il 23 Marzo a Milano si è tenuto il Digital Economy Forum


Si tratta di un importante evento organizzato dall’ambasciata USA in Italia. Il Digital Economy Forum si è svolto al Museo Leonardo, il museo della Scienza e della Tecnologia. Anche in questo caso arrivo presto, alle 8.30, e mi accredito: qualche controllo in più sul bagaglio, ma i tempi per la registrazione sono veloci. Entro nella sala dove ritiro le cuffie per la traduzione simultanea, come a Roma. Alle 9.00 è tutto pronto per la registrazione video ed audio, ed anche qui c’è il wi-fi gratuito.



Si comincia, e viene annunciato l’hashtag di Twitter che ci consentirà di fare live twitting: #DEF2012. Bene, cominciamo a twittare.

Nelle prime file vedo alcuni giornalisti che seguono sempre questi eventi: Emil Abirascid, che modererà l’incontro del pomeriggio, Massimo Sgrelli, Davide Agazzi di Progetto Rena, ed altri.

Apertura del Digital Economy Forum


I lavori vengono aperti dall’ambasciatore USA in Italia, David Thorne, il quale ci dice che il Digital Economy Forum è un evento che mira ad incoraggiare l’imprenditoria digitale in Italia.

E’ anche -e soprattutto- una importante occasione di networking tra startupper, come testimonia l’aperitivo del pomeriggio organizzato da Indigeni Digitali.

Si sofferma sulla importanza di includere i giovani nell’Agenda Digitale italiana, ed analizza il mondo start up: su 10 società start up che nascono, soltanto 2 riescono a garantire agli investitori (venture capitalists, business angels, fondi di private equity) un ritorno dell’investimento.

Ma anche per quelle due start up vale sempre la pena investire

Rischio del fallimento di una start up


Parla anche del rischio del fallimento, un argomento che in Italia viene particolarmente temuto: il rischio fa parte dello sviluppo dell’economia, afferma l’ambasciatore, ma non deve impedirci di provare e ri-provare.

L’Italia in particolare deve proteggere questo settore, che è una importante base per costruire il futuro: l’ambasciatore incoraggia i giovani a creare il loro futuro, il loro destino. Passa poi ad un tema molto interessante, chiedendosi se sia possibile ricreare in un’altra parte del mondo una Silicon Valley.

Tante Silicon Valley


La Silicon è un ecosistema unico, ma il suo esempio può valere a livello universale? L’ambasciatore pensa di sì, perché un ecosistema si crea quando si condividono conoscenze, si riesce a attrarre in un luogo i migliori talenti, si investe nelle aziende start up.

Ci possono essere dunque tante “Silicon Valley” in giro per il mondo, ognuna con la propria specificità locale: questo accade per esempio a New York, a Singapore, a Pune in India.

Boston per esempio è diventata un interessante ecosistema negli ultimi anni, ed oggi è piena di start up. In Italia Milano può sicuramente essere una città molto adatta, perché si possono attrarre i migliori talenti del design, della moda.

Ci sono luoghi nel mondo dove si sviluppano ecosistemi “settoriali”: per esempio ad Austin, in Texas, ci sono moltissime start up del settore petrolifero.

In Italia ci sono tuttavia alcuni ostacoli da rimuovere: in primo luogo quelli burocratici, in secondo luogo l’alfabetizzazione digitale. Il tema dell’Agenda Digitale deve essere al centro dei lavori del Governo, ed è prioritaria.

A volte succede che gli HUB particolarmente dinamici partano dal nulla, poggiandosi sulle proprie forze, senza aspettare interventi statali.

Questo sta accadendo spesso, e di solito poi il Governo interviene in un momento successivo per sostenere questi luoghi, per esempio con la diffusione della banda larga e dei servizi via Internet.

L’ambasciatore ha concluso con un passaggio che mi è molto piaciuto, e che vi riporto: l’aspetto più importante di queste giornate, ha affermato, è fare network. “Queste occasioni servono proprio a questo, perciò parlate con il vostro vicino di poltrona, o durante il caffè. (…) Il futuro è già qui, ed attualmente non è equamente distribuito, ma è compito dei giovani far sì che questo accada”.

L’intervento è stato applauditissimo, ed anche io sono rimasta molto colpita dalle parole dell’ambasciatore: la giornata è stata ricca di fatti, di reali contatti, non solo di parole.

Tra gli interventi che mi hanno maggiormente colpito vi riporto quello di Alessandro Rizzoli di Mopapp.

Cosa è Mopapp?


Ne abbiamo parlato anche in un precedente post, ma lo riportiamo anche qui: Mopapp è “un servizio ideato nel 2010 da Alessandro Rizzoli, Marco Bellisano e Federico Sita, che permette il monitoraggio delle prestazioni delle App destinate a tablet e smartphone e permette di tracciare, analizzare e rappresentare in forma grafica i download, le vendite ed i ricavi delle proprie applicazioni sviluppate.

L’anno scorso Mopapp si è aggiudicata l’edizione 2011 della competizione europea di Microsoft Bizspark ed è stata la prima startup italiana a vincere il Seedcamp raggiungendo circa 500.000 euro di finanziamento.



 

 

Come funziona Mopapp


Sostanzialmente l’applicazione aiuta gli sviluppatori e gli editori delle mobile App a comprendere l’andamento e il comportamento dei loro prodotti nel mercato mobile: dal numero di download agli aggiornamenti, dalle vendite ai comportamenti d’acquisto degli utenti delle varie piattaforme. (…)

Recentemente Mopapp si è assicurata un ulteriore finanziamento di 1,5 milioni di euro da parte della società CRIF,la compagnia specializzata nei sistemi di informazioni creditizie, di business information e di supporto decisionale per banche e società finanziarie” (fonte articolo NinjaMarketing del 5 Marzo 2012).

Alessandro Rizzoli ha iniziato il suo intervento parlando di un libro, che ho diligentemente annotato nella mia wishlist: “The lean start up” di Eric Ries, che insieme a Steve Blank (autore dei libri “Foursteps to Epiphany” e “The Start up Owner’s Manual”, che avevo già inserito nella wishlist), è l’autore da seguire per gli startupper.

Secondo il libro di Ries l’idea di base deve essere sviluppata ad un livello minimo per poter andare subito sul mercato: si tratta della teoria del Minimum Viable Product , o MVP, che potete approfondire in questo link ( http://en.wikipedia.org/wiki/Minimum_viable_product) . L’idea va poi perfezionata step by step, chiedendo feedback per migliorare ed andare avanti.

Molto importante è stato anche il concetto Fail/ Fast, che corrisponde alle fasi Build/Test: se l’idea è destinata a fallire, è meglio che accada presto, per poter riprovare, o per poter affinare l’idea, modificarla, ma soprattutto per non disperdere energie. In Italia non amiamo mostrare e mettere in piazza i nostri fallimenti, e questo è un errore. Di fronte ad un fallimento invece, se l’errore viene affrontato e risolto, modificando l’idea di business, si crea un circolo virtuoso, e questo processo va esplicitato, non nascosto.

Perché molte start up falliscono?


Secondo Alessandro Rizzoli, il motivo principale risiede nella incapacità di capire il mercato di riferimento, o nella scarsa conoscenza del target e dei potenziali clienti: la soluzione in questo caso è nel chiedere proprio ai clienti un feedback sul prodotto/servizio offerto. Lo sviluppo dei clienti (customerdevelopment) passa per alcune fasi che vanno seguite attentamente: CustomerDiscovery>CustomerValidation>CustomerCreation (co-creation)>CustomerSegmentation.Alessandro ha concluso il suo speech dicendo: “non importa che voi abbiate mire locali o globali, il vostro cliente è colui che vi darà il feedback migliore del vostro prodotto”.

Nella prossima puntata vi parlerò di altri interventi che possono risultare utili per gli startupper: Come costruire un team, il caso di Shelby Tv, e l’intervento di un venture capitalist, Principia sgr.

(Foto DEF: avg_milano)