Oggi, a pochi giorni dallo storico assenso di Barack Obama sul JOBS Act (Jumpstart Our Business Startups), molto rumore si è levato anche in Italia un po’ da tutti i fronti circa il crowdfunding come mezzo salvifico – non solo per promuovere l’imprenditoria giovanile e nuove brillanti idee su un mercato a secco di liquidità, ma anche come strumento di policy per la riduzione sistematica della disoccupazione.

Ma il crowdfunding cos’è?


È un sistema che permette di condividere idee di business o progetti online e raccogliere fondi per la loro realizzazione tramite le offerte libere degli internauti. Su alcune piattaforme più evolute i finanziamenti ai progetti vengono sbloccati solo se raggiungono la quota che si erano prefissati per la realizzazione, altrimenti vengono restituiti al donatore.



Nel mercato americano gli esperimenti riusciti si sprecano: Kickstarter, la piattaforma per il finanziamento di progetti creativi più grande al mondo,la vetrina commerciale Ulule, Spot.us e mille altri. Negli USA il JOBS Act trova terreno fertile puntando sulla semplice equazione more funding for startups = more jobs.

Essa si basa sui dati elaborati dalla Kauffman Foundation, secondo cui la stragrande maggioranza di posti di lavoro creati negli ultimi 30 anni ha origine da business con meno di 5 anni di vita. Dopotutto, oltreoceano il crowdfunding è una prassi antica – basti pensare alla sottoscrizione aperta dal celeberrimo Joseph Pulitzer nel 1884 per sostenere l’oneroso montaggio della Statua della Libertà.

Ma l’Italia avrà imparato qualcosa?


Il mercato, lentamente, si sta muovendo. Eppela  (per approfondimenti si veda il nostro recente articolo sull’argomento), nato qualche mese fa con grande rumore mediatico, ha ormai preso il largo e comincia ad affermarsi grazie alla duplice componente di raccolta fondi e promozione online attraverso il marketing virale. I volumi di denaro restano comunque ancora distanti da quelli raggiunti dai giganti americani.



Certo che i progetti caduti sul campo, come Spot Us Italia, Creative Swarm e Youcapital, sono molti. Allora, forse, non è il mercato che non funziona ma – a differenza degli Stati Uniti – è il framework legislativo che non aiuta. Un’analisi la dà Piero Formica su QN (Quotidiano Nazionale): “In Italia, il governo predispone una task force per varare misure amministrative e fiscali a sostegno della creazione d’impresa innovativa. Intanto che il gruppo del lavoro tesse la tela, la riforma del mercato del lavoro la disfa, azzerando l’occupazione che le ‘start-up’ potrebbero creare.”

Sempre secondo Formica, l’Italia, controcorrente rispetto al resto del mondo, sottrae libertà di assunzione alle startup assimilando ogni forma di flessibilità al lavoro precario e impedendo così ai giovani di “tradurre in imprenditorialità le esperienze lì fatte”. La riforma sembrerebbe favorire la solita vecchia burocrazia fatta di consulenza e lunghi tempi di accesso al mercato, senza contare i vincoli imposti al crowdfunding.

Insomma, “aiutati, che il ciel ti aiuta”, diceva un vecchio adagio. Ecco perché l’Italia dovrebbe passare dal dire al fare attuando i suggerimenti che molti in queste ore stanno avanzando. Voi che suggerimenti avete?

 

(Foto copertina di Entapir)