Se faccio venire delle persone sconosciute a cena a casa mia e mi faccio pagare una quota, sto svolgendo l’attività di un ristoratore e quindi devo ottenere tutte le autorizzazioni necessarie? La risposta non è scontata.

Dopo Uber e CoContest scoppia il caso Gnammo, startup per prenotare pranzi o cene in case altrui attraverso Internet. L’home Restaurant in generale è ora sotto la lente d’ingrandimento del Ministero dello Sviluppo economico che richiede il rispetto di nuove regole, in particolare segnalando la necessità della SCIA, dichiarazione di inizio attività, obbligatoria da aprile 2015 per tutte le attività di ristorazione (home restaurant compresi).

Viene imposto quindi che, anche per coloro che intraprendono questo tipo di attività di ristorazione, sia obbligatorio presentare richiesta al Comune prima di iniziare l’attività. L’indicazione ha fatto esultare la Fipe (Federazione italiana pubblici esercizi) ma è stata criticata da organizzazioni come Altroconsumo.

La stessa associazione dei consumatori ha chiesto a Governo e Parlamento di emanare uno «sharing economy act» per regolarizzare e chiarire tutte le attività che hanno a che fare con la sharing economy, e ha proposto la realizzazione di un codice etico condiviso durante un incontro organizzato alla Camera dei deputati lo scorso 1° luglio.

La risposta di Gnammo


La società torinese, presente all’evento, ha risposto realizzando un codice etico che è stato pubblicato sul sito ed è aperto ai suggerimenti degli utenti. Il documento definisce la differenza tra due tipologie di “cuochi”: chi ospita una volta ogni tanto alcune persone in casa - facendosi pagare - e chi lo fa in maniera sistematica. Nel primo caso si tratta di “social eating”, ossia l’attività di chi occasionalmente organizza cene a casa anche con sconosciuti e chiede loro di dividere le spese.

Nel secondo caso invece si parla di Home Restaurant, persone che trasformano la propria casa in un ristorante e devono per questo seguire tutte le leggi in materia.

Gnammo collocandosi come social eating, sostiene inoltre che “queste iniziative devono restare di libero svolgimento pur mantenendosi nell’ambito della regolarità dal punto di vista fiscale, cosa resa possibile dal funzionamento stesso di Gnammo che prevede pagamenti esclusivamente online e dunque tracciati»


Il no della FIPE


Questa definizione non convince la Fipe, che fa parte di Confcommercio e rappresenta gli operatori della ristorazione, dell’intrattenimento e del turismo. Marcello Fiore, direttore generale dell’associazione, afferma infatti che “se il Social eating è a pagamento allora è una attività commerciale, sarebbe diverso se ogni invitato portasse una portata.”

Non tutti condannano però la sharing economy, oltre ai consumatori che ancora una volta si vedono limitare il ventaglio delle scelte, troviamo sostenitori attivi di questa tendenza economica e di Gnammo in particolare, anche tra i professionisti del settore.

Tra le iniziative più rilevanti  il caso di Palazzo Madama a Torino, che chiede a Gnammo una collaborazione per una mostra tutta all’insegna del social eating, oltre a chef stellati che stanno per intraprendere collaborazioni con la piattaforma social food per l’organizzazione di eventi e degustazioni.

Questi interventi sottolineano come il divario tra i protagonisti della sharing economy e le autorità pubbliche si stia sempre più ampliando.