La manifattura sta vivendo un nuovo rinascimento.


La manifattura ha superato la recessione e resta attrice di prima fila anche nel teatro dell'economia immateriale. Sono i big data – le cui informazioni estendono la mano delle imprese tanto da poter accarezzare bisogni e domande di un numero crescente di consumatori – e la produttività a spingerla in alto e a riportarla in casa nei paesi avanzati dopo anni di outsourcing verso i paesi emergenti.


Quanto la produttività possa crescere nella manifattura lo dimostrano gli Stati Uniti e la Svezia, dove essa ha compiuto un balzo in avanti, rispettivamente, del 57% e del 69% tra il 1996 e il 2009. Se nei paesi avanzati non è più la prima donna che crea occupazione – anzi, di posti di lavoro ne ha già tagliati tanti, la fabbrica di oggetti materiali è indiscussa protagonista della produttività, della R&I (Ricerca e Innovazione) e dell'export. Sono i valori immateriali, idee e competenze coltivate dalla manifattura, che fanno crescere la produttività, istigano all'innovazione e mettono in moto il commercio internazionale.


Il McKinsey Global Institute nel rapporto su Manufacturing the future: The next era of growth and innovation dà il segno del rinnovato protagonismo esercitato dalle industrie manifatturiere. La manifattura – affermano gli esperti della McKinsey – «contribuisce alla crescita della produttività il doppio rispetto alla sua quota di occupazione e rappresenta la percentuale maggiore del commercio estero di un'economia. Nelle principali economie avanzate e in via di sviluppo, essa genera il 70% delle esportazioni. Inoltre, svolge un ruolo fondamentale nell'affrontare le sfide sociali: dalla riduzione del consumo di energia e risorse naturali al contenimento delle emissioni di gas a effetto serra».



La manifattura in Italia


Nel gotha delle economie manifatturiere l'Italia occupa una posizione di tutto rispetto. È quinta, preceduta dalla Germania e, più in alto, dalla triade Usa-Cina-Giappone. Nell'arco di un trentennio (1980-2010) siamo saliti di un gradino, dopo essere scesi di due posti nel decennio 1990-2000 e risaliti di uno nella prima decade del nuovo secolo. È dalle produzioni a relativamente alto assorbimento di manodopera che trae forza la nostra manifattura.


In questo gruppo di industrie, tra i primi dieci paesi per quota del mercato globale siamo terzi col 7%, preceduti dalla Cina (36%) e dagli Usa (11%). Sotto questo profilo, l'Italia è un'assoluta singolarità nel panorama delle economie avanzate. Infatti, visto il nostro Pil pro-capite a parità di potere d'acquisto, l'incidenza di circa il 18% delle produzioni labor-intensive sul valore aggiunto della manifattura dovrebbe risultare notevolmente più bassa. C'è tuttavia una singolarità in positivo da valorizzare. È questa la ricaduta che quantità e qualità della dote italiana di beni culturali hanno sulle nostre produzioni tessili, dell'abbigliamento, del cuoio, dei mobili, dei gioielli e di tanti altri oggetti che arricchiscono la cornucopia del Made in Italy.


Non manca certo il tallone d'Achille dell'occupazione che scende essendo le industrie labor-intensive molto sensibili al costo del lavoro e, quindi, stimolate a emigrare laddove la manodopera costo poco. Tuttavia, è questo un fenomeno che si può contrastare con idee creative che alimentino la nascita e sostengano lo sviluppo di startup innovative a servizio del Made in Italy.



Ala conquista del mercato asiatico


Sempre più innovazioni e servizi entrano nella manifattura per conquistare oltre un miliardo di consumatori del nuovo ceto medio asiatico che si affacciano prepotentemente sui mercati. È lunga la lista di innovazioni che dischiudono inediti panorami economici e nuovi paradigmi imprenditoriali propri delle startup innovative. Saranno loro a dare nuova linfa alla nostra manifattura, innovandola con i componenti in fibra di carbonio, le nanotecnologie, la robotica avanzata (qui l'Italia si trova nel gruppo di testa insieme a Germania e Giappone), la stampa tridimensionale per creare oggetti, l'Internet delle cose che con un'ampia gamma di sensori dà ‘intelligenza' agli oggetti.



Il futuro del Made in Italy


Per dar senso alle ragioni che rendono cruciale l'intreccio tra nuovi talenti e startup innovative nei servizi per il Made in Italy, molto dovranno contribuire le politiche educative. Abbiamo di fronte a noi anni contraddistinti dalla carenza di persone altamente istruite e competenti e posti di lavoro in caduta libera per lavoratori scarsamente qualificati.


Il giardino dei talenti fiorisce colmando le buche scavate dalle discipline nate nell'età monolitica della manifattura, ormai tramontata. Nell'età ibrida e frammentata in cui siamo immersi, il Made in Italy dovrà le sue fortune all'abilità di trarre valori imprenditoriali dalla convergenza delle variegate forme della conoscenza. Potranno svolgere questo compito le startup innovative.


Come argomenta Nassin Taleb nel suo ultimo libro (Antifragile, Penguin Books, 2012), le startup in equilibrio precario sul sottile filo dell'innovazione traggono benefici dall'incertezza, dal disordine e dagli stress da shock causati dalla grande crisi di questi anni. Tutto il contrario del mondo “robusto” della manifattura monolitica dei tempi andati.