Facebook fa il suo ingresso nel mondo della finanza


Se secondo i dati, provenienti dal mondo della finanza,  pubblicati dal Wall Street Journal quella di Facebook è la peggior OPA (Offerta Pubblica di Acquisto, Initial Public Offering in inglese) degli ultimi 5 anni tra quelle che hanno raccolto più di 1 miliardo di dollari, è sotto gli occhi di tutti che il danno d’immagine supera di gran lunga quello dei mercati.

Un Mark Zuckerberg all’apice della propria popolarità, sia come CEO sia dal punto di vista personale, ha visto la sua luna di miele – almeno quella con gli investitori – bruscamente interrotta da un avvio disastroso del titolo, da 38 a 33 dollari nel giro di due giorni.

Molti autorevoli analisti del settore non risparmiano dure critiche alla gestione dell’intera operazione a partire dalla sua pianificazione da parte del management di Facebook e da parte del leader del sindacato di underwritersMorgan Stanley – che avrebbe dovuto garantire un ingresso trionfale, nel mondo della finanza, e già definito “del secolo” al gioiellino della Silicon Valley.

I filoni principali della critica sono due:

  • gli errori nel campo della finanza, in particolare legati al pricing, fatti da Morgan Stanley

  • gli errori di business strategy e business development dovuti direttamente al management di Facebook.


Morgan Stanley è il bersaglio degli analisti del mondo del finanza


Fortemente contestate le scelte di allargare la forchetta del prezzo delle azioni da 28-35 a 34-38 dollari e di aumentarne il volume del 25% a pochissimi giorni dall’IPO. Scelte considerate tanto errate da aver costretto la stessa Morgan Stanley a sostenere il prezzo delle azioni durante il primo giorno con acquisti propri.

A ciò si aggiunga un comportamento perlomeno ambiguo della banca, ora addirittura al vaglio delle autorità competenti per verificare il configurarsi di eventuali reati, nella distribuzione selettiva di informazioni relative a un ripensamento nelle stime di crescita di Facebook.

Un report dell’analista di Internet Scott Devitt, infatti, circolato nelle stesse ore in cui i prezzi venivano alzati e il numero delle azioni offerte veniva aumentato, avrebbe rivelato un forte calo nel turnover per tutto il 2012 dovuto al costante spostamento dell’utenza da pc a mobile – strumento notoriamente meno redditizio in termini di advertising.

Le stime, riviste dopo la consegna dei documenti per la quotazione alla SEC (l’equivalente americano della Consob), erano così sfuggite al grande pubblico degli investitori e sarebbero state rese note soltanto a un ristretto numero di importanti attori in stretto contatto con Morgan Stanley.

A chiudere il cerchio arriva oggi la notizia che due studi legali di New York - hanno avviato delle class actions per sostenere gli investitori colpiti dalle perdite e che uno studio californiano – Glancy Binkow & Goldberg – ne ha addirittura lanciata una “a nome di tutte le persone che hanno acquistato titoli Facebook sulla base del prospetto”.

Gli asset di Facebook


Se si guarda a Facebook come a Google o a Apple ci si sbaglia di grosso. Facebook non è fatto di fondamentali solidi – dicono – non ha assets che possano essere valutati sul mercato così da giustificare il valore dell’azienda.

Facebook ha 900 milioni di utenti nel mondo che con grandi annunci si pensa di spingere fino a 2 miliardi nel giro di qualche anno; tuttavia, è il primo miliardo di popolazione ricca che conta in termini di pubblicità e vendite online (più dell’80% dei ricavi di Facebook), agli altri è attribuito un peso progressivamente inferiore.

A questo si somma il fatto che sempre più autorità e istituzioni nel mondo (e tra questi persino Google!) chiedono a Facebook di giustificare l’utilizzo delle mostruose quantità di dati personali accumulati nei suoi server.

Altro punto su cui si addensano le critiche degli esperti del settore è il fatto che i VCs portino le aziende a quotarsi in borsa sempre più tardi, quando ormai sono mature e rischiano di veder sfumare l’entusiasmo e le prospettive di crescita. La strategia dei Ventures, infatti, è strettamente orientata alla minimizzazione del loro rischio e al trasferimento di parte di esso a hedge funds che traghettino l’azienda dall’infanzia all’età adulta.

Tra tutti, forse, il dato che pesa di più nel bilancio di questa storia, e che dovrebbe far riflettere maggiormente, è che la capitalizzazione di Facebook – 104 miliardi di dollari – vale il 10000% degli utili dell’anno scorso, appena 1 miliardo di dollari!

Dovrebbe esserci stupore se le ambizioni di un’azienda che si quota sul mercato a 100 volte il suo valore vengono ridimensionate in poche ore?