Con questo post inauguriamo una serie di interviste ai protagonisti del mondo delle start up: investitori, finanziatori, startupper di successo. Alla fine dell’intervista dedicheremo uno spazio ad alcune considerazioni ed approfondimenti sul mondo del venture capital.

Chi è Diana Saraceni?


Diana SaraceniPrima di iniziare, vorrei parlarvi della protagonista di oggi, Diana Saraceni, General Partner della società 360 Capital Partners (www.360capitalpartners.com): prima di diventare una Venture Capitalist nel 2001, Diana è stata Senior Advisor alla Lazard Investment Banking.

In precedenza, Diana è stata per diversi anni una consulente strategica a Milano e Londra. Attualmente fa parte di molte commissioni selezionatrici di start up a livello nazionale ed internazionale. E’ laureata in Ingegneria all’Università di Roma ed ha conseguito un MBA alla Luiss.

E’ l’unica venture capitalist donna in Italia, ed una delle tre donne che svolgono questa professione in Europa: ho avuto il piacere di conoscerla durante un convegno sulla imprenditoria femminile e giovanile a Vicenza, lo scorso ottobre, e sono rimasta colpita dal suo modo così chiaro e semplice di spiegare concetti anche molto complessi.

Le ho rivolto alcune domande sul suo lavoro, che possono essere utili per gli startupper e per tutti coloro che hanno il desiderio di realizzare una idea di business.

Domanda: Ci può spiegare in parole semplici cos’è il venture capital?


Risposta: Il venture capital è una forma di finanziamento di società “early stage” ad alto potenziale. Si tratta di società in fase di crescita o sviluppo, che abbiano un fortissimo carattere innovativo nell’attività svolta. Non parliamo solo di società ad alto contenuto tecnologico: è fondamentale invece il fattore innovazione.

D: Ci sono settori particolarmente interessanti per i venture capitalist?


R: Il venture si concentra prevalentemente su tre settori: tutto il mondo digitale, che include le start up web, il mobile, le piattaforme di e-commerce; il settore tecnologie per l’ambiente, ovvero clean-tech, che include tutte le tecnologie per le energie rinnovabili, per il riciclo e l’impiego ecosostenibile dell’acqua e dei rifiuti, ed il settore pharma, che include sia le ricerche in ambito farmaceutico che il settore medicale (apparecchi medicali e biomedicali).

D: Come avviene il processo di scouting di nuove idee ed opportunità?


R: Ci concentriamo prevalentemente sui settori sopra descritti, identificando le società emergenti più promettenti. Spesso veniamo anche sollecitati dagli stessi startupper, interessati ad accedere a capitali di terzi per avviare il business o per fare il salto dimensionale.

D: Recentemente ( il 14 Febbraio) è apparso su La Repubblica un articolo di Riccardo Luna che parla di start up e venture capital: nell’articolo Luna afferma che “in fatto di venture capital siamo l’ultimo paese d’Europa: per ogni dollaro investito in Italia, la Svizzera ne investe 69, l’Olanda 62 e persino Portogallo e Grecia fanno meglio di noi”. Cosa ne pensa?


R: E’ vero che l’Olanda e la Svizzera sono molto più avanzati di noi nell’utilizzo di questo strumento. Siamo allo stesso livello di Portogallo e Grecia, ma se vogliamo rapportarci con un paese che per ampiezza, popolazione e PIL è confrontabile con il nostro, posso affermare che in Francia le imprese utilizzano il venture capital fino a 35 volte in più rispetto all’Italia.

D: Come mai in Italia il venture capital è uno strumento così poco conosciuto ed utilizzato?


R: Per rispondere a questa domanda devo spiegarle meglio come funziona il venture capital: per finanziare le aziende le società di venture, tra cui la nostra, devono trovare i fondi necessari. Questi soldi vengono chiesti ad investitori pubblici e soprattutto privati: tra questi ci sono banche, assicurazioni, gestori di fondi o asset, fondi di fondi.

Una delle prime domande che ci viene rivolta dai potenziali investitori è: “Come è stato il rendimento dei fondi da voi gestiti in precedenza?” E’ molto importante dunque la professionalità del team di venture capital, ovvero la capacità del team di non fare un crack nella gestione degli asset e degli investimenti.

Il primo problema dunque è la raccolta dei fondi: subito dopo il 2000 c’è stata una sorta di corsa all’oro al venture in Europa, ma dopo il 2002 molti investitori, spaventati dall’andamento dei mercati, anche se si erano assunti degli impegni, non hanno più affidato i propri soldi ai fondi di venture capital. In alcuni paesi europei, nei quali si è riconosciuta l’importanza del ruolo del venture capital nello sviluppo e nella nascita di nuove imprese, i governi hanno sostenuto il settore attraverso politiche pubbliche di incentivi.

Questo è avvenuto soprattutto in Francia, in Germania, in Irlanda. In Italia, invece, non è mai stata avviata alcuna politica di sviluppo e di sostegno del venture. Queste circostanze, unite ad una scarsa conoscenza dell’argomento e ad un fattore culturale, hanno rappresentato i principali ostacoli allo sviluppo del venture in Italia.

D: C’è collaborazione tra i venture capitalists ed il sistema bancario?


R: C’è sicuramente un dialogo, le banche e le società di gestione sono tra i nostri principali investitori

D: Per concludere, dottoressa Saraceni, quali consigli darebbe ai giovani che vogliano realizzare una idea di business ed accedere ai capitali di terzi?


R: Il primo consiglio è quello di confrontarsi moltissimo sulla propria idea di business, prima di decidere di realizzarla. E’ importante ascoltare più opinioni di esperti e di investitori. Il secondo consiglio è di non tenere gelosamente nel cassetto la presentazione power point del proprio progetto, con il timore che chiunque possa rubare l’idea.

Bisogna avere il coraggio di mostrare la propria idea, di cambiare il business model, di fare aggiustamenti continui. La paura di perdere l’esclusività dell’idea è il fattore culturale limitante del quale parlavo in precedenza, perché impedisce ai giovani di migliorarsi.

I giovani non capiscono che perdono una fondamentale opportunità di confronto, che è molto peggio del rischio di presentare ad un pubblico selezionato la loro idea. Il terzo ed ultimo consiglio riguarda l’importanza di farsi dare un feedback, di fare network tra startupper: in questo senso possono essere utili le partecipazioni ad eventi periodici di incontro e presentazione di startup (StartUp Weekend, Start Cup, Percorsi per l’innovazione, Innovation Lab, Tech Garage, StartUp Initiative, per citarne alcuni).

Tuttavia la partecipazione a questi eventi, fine a se stessa, non ha senso, a meno che non si colga questa opportunità come un mezzo per confrontarsi,per farsi dare opinioni da professionisti competenti che operino nel settore.

Ringrazio moltissimo la dottoressa Saraceni per la chiarezza e disponibilità, rimandando al prossimo post alcune considerazioni ed approfondimenti sul venture capital.

 

(Foto copertina di Collection Agency)

(Foto: http://www.adnkronos.com)